mercoledì 22 ottobre 2008

Il mondo lugubre della pittura

Ultimi passaggi prima di chiudere il capitolo di Halloween con la gran festa che si terrà al Gallo il 31 ottobre. Dopo una visione d'insieme sul panorama horror cinematografico e letterario, perchè non fermarci un poco anche sull'arte pittorica, che nei secoli ha regalato richiami al mondo del mistero, all'al di là, ai morti, agli spiriti, all'intimismo dell'animo, alle angoscie quotidiane, attraverso svariate tecniche pittoriche che hanno saputo mettere su tela tutta una serie di emozioni.

Ecco quindi che sbuca dal passato l'etereo L'isola dei morti del 1880, di Arnold Böcklin, dove viene rappresentata un'isola dai tratti lugubri, dalla quale svettano i cipressi, alberi tipici dei cimiteri, e alla quale approda una barchina recante un uomo spettrale di bianco vestito e una bara.Di quasi tre secoli prima uno dei capolavori di uno dei più controversi artisti di tutti i temi, Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Il quadro in questione è La morte della Vergine del 1606, un'opera in odore di blasfemia a quei tempi, poichè il pittore osò rappresentare Maria morta prendendo spunto da una prostituta ripescata nel Tevere, per di più gravida. Il taglio delle luci, i giochi d'ombra e la cianosi della figura della Vergine lasciano una traccia di inquietudine negli astanti, le unghie della mani sudicie. A poco vale l'aureola che le circonda il capo, tanto è la materialità e la gravezza della morta sulla sua figura.

Caspar David Friedrich in pieno Romanticismo dipinge invece nel 1809-1810 la famosa Abbazia nel querceto. Al centro della scena la rovina della costruzione ecclesiastica, il brandello murario di una grande struttura gotica; intorno al rudere i profili scheletrici di alberi, disposti come una spettrale quinta di teatro. Nella fascia inferiore una congelata radura.
Piccoli, minuscoli, alcuni monaci stanno portando una bara al di là del portale; lapidi scure e una croce piegata spiegano che oggi quel campo è un cimitero. Una luce livida, che uniforma in toni bruni o giallastri tanto la natura che le opere degli uomini, si riflette nella nebbia leggera dell’alba, donando un clima spettrale all'intera scena.
Non possiamo poi scordarci del famigerato Il grido (1893) di Edvard Munch, pittore norvegese esponente del Decadentismo. La sua opera maggiore è di fatto un autoritratto, sfumato e stilizzato nei tratti del volto nelle forme di uno teschio evanescente, agghiacciato da un terrore interiore che scaturisce dal senso di solitudine che lo pervade dentro e che penetra come una lama l'intera natura, attonita e impassibile allo stesso tempo di fronte all'irrequietezza che avanza su quel ponte lungo il fiordo insanguinato dal tramonto. Munch non è nuovo a questo genere di pittura: se pensiamo a Pubertà, o a Golgota, non possiamo non notare la traslitterazione continua di sentimenti di angoscia e terrore dell'animo sulla tela.

Pregno di oppressione, di sensazioni notturne e angosce insepolte è L'incubo di Heinrich Füssli del 1781: una donna dorme sconvolta nel suo sonno agitato, gravata nell'animo e nella coscienza da un incubo che assume le fattezze di un mostro reale, mentre un cavallo bianco, simbolo del sogno pulito e sereno, appare atterrito nel suo nitrire cieco da dietro una tenda, cacciata dall'orrida presenza.

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