Tutti noi abbiamo un po' perso, crescendo, la voglia di sognare, di spendere un poco di speranza per l'incantesimo che prendeva sempre più vigore avvicinandosi la fatidica data del Natale; abbiamo smarrito il gusto dell'attesa di quella mezzanotte che non ci faceva chiudere occhio la sera del 24, di ritorno dalla messa serale. Sbirciavamo con un occhio, un po' ansiosi, un po' atterriti di venir scoperti, per cercare di carpire una strana figura in rosso, quel vecchio di cui avevamo sentito lungamente parlare in fiabe e sogni, proveniente dal freddo Polo Nord per portarci il più bello dei doni mai desiderati. Tutto in una notte, con una tempistica inimmaginabile, ma ci si credeva, piaceva crederlo.
E svegliarsi la mattina, scendere in fretta e furia dal letto, per fermarsi, un poco timorosi, sulla soglia dell'ingresso, dove stazionava l'albero spento, magicamente ricolmo alle sue radici di regali d'ogni foggia! Che meraviglia per gli occhi!
Tutto questo è andato perso, ma persa è stata soprattutto la fantasia, il desiderio che muoveva le nostre piccole mani dalla grafia ancora incerta, a intercedere presso la bontà del buon Babbo Natale perchè ci accontentasse nelle nostre richieste di bambini.
Io ancora osservo il calendario con una certa apprensione, anche se so che se qualcuno a me vicino non provvede a farmi un regalino, di certo non posso sperare che una slitta con in sella Babbo Natale mi porti quello che desidero. Di lettere non ne ho scritte più neanch'io, ma mi pare di sentire ogni anno che quella fievole vocina dentro di me sussurra di riprovare a impugnare carta e penna, di continuare ad alimentare quel mistico sogno di bambino, perchè tutto sommato siamo tutti ancora bambini, mai cresciuti del tutto.
Un caro amico, che fa il maestro alle elementari, è il mio contatto personale con quella vocina: non è Babbo Natale, almeno non credo, ma tocca con mano ogni giorno la sensibilità incantata di bambini che non hanno ancora raggiunto l'età dei cellulari, dei pc, dei motorini, delle frivolezze sofisticate degli adulti.
E ogni dicembre ci ritroviamo nelle nostre consuete serate di fine anno, tirando le somme, tra una pizza e una Coca, dell'anno passato - le occasioni per trovarsi son sempre purtroppo poche -, e tra scherzi e ricordi ci si racconta un po' di tutto. Giorni fa l'ennesimo incontro decembrino: chiacchierando del più e del meno si capita sul lavoro. Mi racconta dei suoi bambini, manco fossero suoi per davvero, di quanto siano discoli, dei progressi che fanno, di quanto siano svegli rispetto a noi quando eravamo scolaretti. Mi racconta un particolare che m'ha un po' sollevato da certi miei giudizi cupi sui bambini, perchè mi è sembrato che un po' di magia fosse celata ancora nei loro cuori.
Il mio amico mi ha letto per una buona mezz'ora - mai avrei pensato di impiegare il mio tempo in chiacchiere di questo genere - le letterine che aveva fatto scrivere ai suoi alunni indirizzate a Babbo Natale, con tanto di buste timbrate (con marche e francobolli finti da lui forniti, definiti "speciali") e tanto di indirizzo in quel di Rovaniemi, in Finlandia. Non sapevo che aspettarmi, ma ero curioso. Son rimasto molto colpito da alcune letterine, tant'è che ho chiesto al mio amico di riportarne alcuni brevi stralci, ovviamente parafrasati.
Mattia, 9 anni, chiedeva che i propri genitori non litigassero più perchè la cosa lo faceva soffrire, che preferiva essere figlio di separati come il suo migliore amico Giacomo piuttosto che vivere in questa condizione di continua guerra.
Alice, 7 anni, chiedeva che il proprio fratellino che era all'ospedale tornasse a casa presto.
Lucas, 7 anni, chiedeva a Babbo Natale di portare un dono anche al suo "fratello lontano" Ngako perchè potesse sorridere almeno in questo giorno.
Federico, 6 anni, non sa ancora scrivere bene, e la mamma l'ha aiutato: chiede che tutti i bambini del mondo siano felici.
Marika, 8 anni, vorrebbe prendere un bel voto in matematica perchè non vuole che il maestro la giudichi una mamma cattiva.
Maria Silvia, 9 anni, vorrebbe una corona per poter diventare regina e governare affinchè non ci siano più ingiustizie.
Gabriele, 10 anni, è ormai grandicello, ma crede ancora in qualcosa, sebbene lo scetticismo avanzi: "Vorrei che la nonna potesse tornare fra noi, anche solo per un giorno all'anno. Non voglio regali, voglio solo vedere per un momento la mia nonna, e sarei il bambino più felice del mondo..."
Giuro, ogni volta che rileggo quella letterina - me ne son fatto fare una fotocopia - mi sento ribollire dentro, e vedo al di là di capricci, piedi pestati, disobbedienze e votacci a squola - rigorosamente con la q! -, vedo una profondità ingenua, ma pura e sincera.
Questo mio amico ha provato a fare il medesimo esperimento con il gruppo di catechesi che segue: parliamo di ragazzi over 14. Dopo le prime risa, pensando che l'educatore si fosse completamente rimbambito, il gruppetto si è applicato di buona lena al compitino, e son venute fuori frasi e pensieri decisamente più scontati di quelli dei bambini delle elementari. Un ragazzo però mi ha colpito: "Non chiedo nè la pace nel mondo nè che le persone malate guariscano dalle loro malattie, non chiedo giustizia nè libertà, chiedo solo di esser lasciato vivere in serenità, di avere di che mantenermi e non dover soffrire più del dovuto..." E concludeva "Scusa l'egoismo". Ho apprezzato il fermo concetto che poneva lui e i suoi bisogni davanti a tutti, fatto più onesto di tante parole buttate lì senza senso, ma mi ha colpito decisamente il fatto che pur nel proprio egoismo che denunciava senza problemi non chiedeva di venir esentato dalla sofferenza, riconoscendo filosoficamente ch'essa appartiene al genere umano, ad esso è legata indissolubilmente. Triste ma realista.
E svegliarsi la mattina, scendere in fretta e furia dal letto, per fermarsi, un poco timorosi, sulla soglia dell'ingresso, dove stazionava l'albero spento, magicamente ricolmo alle sue radici di regali d'ogni foggia! Che meraviglia per gli occhi!
Tutto questo è andato perso, ma persa è stata soprattutto la fantasia, il desiderio che muoveva le nostre piccole mani dalla grafia ancora incerta, a intercedere presso la bontà del buon Babbo Natale perchè ci accontentasse nelle nostre richieste di bambini.
Io ancora osservo il calendario con una certa apprensione, anche se so che se qualcuno a me vicino non provvede a farmi un regalino, di certo non posso sperare che una slitta con in sella Babbo Natale mi porti quello che desidero. Di lettere non ne ho scritte più neanch'io, ma mi pare di sentire ogni anno che quella fievole vocina dentro di me sussurra di riprovare a impugnare carta e penna, di continuare ad alimentare quel mistico sogno di bambino, perchè tutto sommato siamo tutti ancora bambini, mai cresciuti del tutto.
Un caro amico, che fa il maestro alle elementari, è il mio contatto personale con quella vocina: non è Babbo Natale, almeno non credo, ma tocca con mano ogni giorno la sensibilità incantata di bambini che non hanno ancora raggiunto l'età dei cellulari, dei pc, dei motorini, delle frivolezze sofisticate degli adulti.
E ogni dicembre ci ritroviamo nelle nostre consuete serate di fine anno, tirando le somme, tra una pizza e una Coca, dell'anno passato - le occasioni per trovarsi son sempre purtroppo poche -, e tra scherzi e ricordi ci si racconta un po' di tutto. Giorni fa l'ennesimo incontro decembrino: chiacchierando del più e del meno si capita sul lavoro. Mi racconta dei suoi bambini, manco fossero suoi per davvero, di quanto siano discoli, dei progressi che fanno, di quanto siano svegli rispetto a noi quando eravamo scolaretti. Mi racconta un particolare che m'ha un po' sollevato da certi miei giudizi cupi sui bambini, perchè mi è sembrato che un po' di magia fosse celata ancora nei loro cuori.
Il mio amico mi ha letto per una buona mezz'ora - mai avrei pensato di impiegare il mio tempo in chiacchiere di questo genere - le letterine che aveva fatto scrivere ai suoi alunni indirizzate a Babbo Natale, con tanto di buste timbrate (con marche e francobolli finti da lui forniti, definiti "speciali") e tanto di indirizzo in quel di Rovaniemi, in Finlandia. Non sapevo che aspettarmi, ma ero curioso. Son rimasto molto colpito da alcune letterine, tant'è che ho chiesto al mio amico di riportarne alcuni brevi stralci, ovviamente parafrasati.
Mattia, 9 anni, chiedeva che i propri genitori non litigassero più perchè la cosa lo faceva soffrire, che preferiva essere figlio di separati come il suo migliore amico Giacomo piuttosto che vivere in questa condizione di continua guerra.
Alice, 7 anni, chiedeva che il proprio fratellino che era all'ospedale tornasse a casa presto.
Lucas, 7 anni, chiedeva a Babbo Natale di portare un dono anche al suo "fratello lontano" Ngako perchè potesse sorridere almeno in questo giorno.
Federico, 6 anni, non sa ancora scrivere bene, e la mamma l'ha aiutato: chiede che tutti i bambini del mondo siano felici.
Marika, 8 anni, vorrebbe prendere un bel voto in matematica perchè non vuole che il maestro la giudichi una mamma cattiva.
Maria Silvia, 9 anni, vorrebbe una corona per poter diventare regina e governare affinchè non ci siano più ingiustizie.
Gabriele, 10 anni, è ormai grandicello, ma crede ancora in qualcosa, sebbene lo scetticismo avanzi: "Vorrei che la nonna potesse tornare fra noi, anche solo per un giorno all'anno. Non voglio regali, voglio solo vedere per un momento la mia nonna, e sarei il bambino più felice del mondo..."
Giuro, ogni volta che rileggo quella letterina - me ne son fatto fare una fotocopia - mi sento ribollire dentro, e vedo al di là di capricci, piedi pestati, disobbedienze e votacci a squola - rigorosamente con la q! -, vedo una profondità ingenua, ma pura e sincera.
Questo mio amico ha provato a fare il medesimo esperimento con il gruppo di catechesi che segue: parliamo di ragazzi over 14. Dopo le prime risa, pensando che l'educatore si fosse completamente rimbambito, il gruppetto si è applicato di buona lena al compitino, e son venute fuori frasi e pensieri decisamente più scontati di quelli dei bambini delle elementari. Un ragazzo però mi ha colpito: "Non chiedo nè la pace nel mondo nè che le persone malate guariscano dalle loro malattie, non chiedo giustizia nè libertà, chiedo solo di esser lasciato vivere in serenità, di avere di che mantenermi e non dover soffrire più del dovuto..." E concludeva "Scusa l'egoismo". Ho apprezzato il fermo concetto che poneva lui e i suoi bisogni davanti a tutti, fatto più onesto di tante parole buttate lì senza senso, ma mi ha colpito decisamente il fatto che pur nel proprio egoismo che denunciava senza problemi non chiedeva di venir esentato dalla sofferenza, riconoscendo filosoficamente ch'essa appartiene al genere umano, ad esso è legata indissolubilmente. Triste ma realista.
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