Giorno dopo giorno si avvicina uno dei periodi più belli dell'anno a mio avviso: parlo ovviamente del Natale. Nei giorni che si snodano da metà novembre fino al clou della vigilia le città si tingono di colori dorati, verdi, rossi, blu e argento, nastri e ninnoli ovunque, luci che ti infondono quella debole ma pur vivida speranza che il buio tunnel di miserie sia finito, alberi addobbati a festa, vetrine ripiene di ogni ben di Dio, tavole imbandite di cibo speciale, decorate con candelabri sfavillanti, tovaglie che si tirano fuori dal cassetto solo per quest'occasione, occhi curiosi alla ricerca del particolare di gusto da donare al caro, all'amico, al conoscente, al collega. Musiche e carillon che tintinnano per le vie del centro, odore di dolci, ressa alle casse, tanta voglia di calore, che lo si cerca ovunque, anche nelle decine di Babbi Natale sparsi nei centri commerciali o nel bancone frigo del super dove trovi, eccezionalmente scontato e tutto in megaofferta (!), tutto quello che ti può servire per generare altro calore, fittizio o reale che sia non importa.
E' tutta una corsa, si cerca di restare nei tempi, non si fa nemmeno tempo a uscire dal lavoro che "bisogna" precipitarsi a vedere quel tal vestito per non sfigurare con le amiche al cenone, andare a prenotare il suddetto cenone, sentire il fiorista, telefonare a quel parente scomodo ma che risulta sconveniente non sentire per le feste, anche solo per un semplice augurio... E poi scrivere quei noiosi biglietti d'auguri, a gente che non vedi nè senti mai, ma d'altronde, un minimo di educazione! E le amiche? Un caffè con loro è d'obbligo nella patisserie di grido, che quando entri vieni investito di aromi che ti invogliano a sborsare deca a manetta, roba buona che ti fa sentire più buono di riflesso. E gli accattoni alle porte della città e nelle vie del centro paiono moltiplicarsi, facendo leva proprio su questi cuori di pietra indeboliti all'ultimo da un bignè gaglioffo o dalla fragranza di una cioccolata calda e ristorativa. Non da meno sono furbi i nostri pargoli, figli o nipoti che siano, che cogli occhi luccicanti e il ditino ciccioso ti indicano i negozi traboccanti di coloratissimi giocattoli parlanti, spesso autentiche mostruosità, nove volte su dieci pericolosissimi sottoprodotti dell'incontrollata industria cinese. Ma tant'è, ti guardano con così tanta speranza, che non accontentarli sarebbe un crimine atroce. Dei peggiori.
Poi però, manco a farlo apposta, i media ci sottopongono le tristezze dell'umanità, con richieste di aiuto, tutte adesso, improvvisamente, come se prima di casi umani non ve ne fosse traccia alcuna, e da Telethon alle pubblicità in sostegno di questa o quest'altra associazione in lotta contro tutti i morbi del mondo, è tutto un crogiuolo di buoni sentimenti, di speranze condivise, di attese e sensi di colpa da instillare nella gente, colpe da espiare a suon di sms a un euro o laute donazioni. Perchè alla fine della fiera dev'essere sempre la gente comune a sborsare i quattrini per risollevare le sorti del mondo.
Ma per gli altri, com'è normale che sia, non si è disposti a spendere quanto si spenderebbe per sè stessi, e d'altronde cosa si può obiettare a riguardo? Chi conosce un ragazzo, per quanto sfortunato e malato, disperso nel continente africano? O un distrofico che abitasse anche a un chilometro da noi, ma pur sempre un estraneo? La non conoscenza/coscienza è giustificata dall'uso sfrenato della tecnologia dei giorni nostri, così invasiva che ci permette di sapere dove si trova qualsiasi persona, ma di fatto separandoci da essa mediante schermi telematici, in una sorta di indifferenza multilivello. Così spesso ciò che è vicino e ciò che è lontano si eguagliano, nella forma e nella sostanza, e in questa assimilazione si prende il peggio di tutto, ovvero si crea una barriera di difesa contro le brutture del mondo che ci circonda, vicino e lontano. La sagra dell'ipocrisia ci porta tuttavia a vincere le nostre resistenze nei confronti dell'estraneo, giocoforza per il ripresentarsi ostinato di quelle sciagurate immagini, e pur con un ago nel cuore ci sveniamo di cinque, dieci euro, giusto per appagare di benefica quiete la nostra coscienza urlante. Ma finisce lì, i soldi sono il siero necessario per allontanare quelle tristezze e riappropriarci del nostro piccolo giardino benestante di piaceri.
E poi un Natale che si rispetti può esser orfano della neve? Giammai! E forse un po' di neve servirebbe, giusto per ammortizzare il chiasso dei rumori che di natalizio hanno di poco, per sfumare i colori che ci saltano addosso, per lenire le gioie finte e lasciare a galla, se ne sono capaci, solo le emozioni genuine. Una neve che isolasse le città, che bloccasse le strade, che fermasse il traffico, che chiudesse le persone nei negozi, senza che questi, presi com'erano dalla frenesia degli acquisti, si fossero accorti che stava scendendo un metro di neve. Obbligati a restare imprigionati nei mondi che loro stessi hanno contribuito a creare, a confrontarsi con chi mai avrebbero voluto avere al proprio fianco, a scoprire cose che non avrebbero mai avuto il coraggio di sapere o di immaginare, a vedere realmente chi avevano vicino, ottusi com'erano dal continuo scorrere di vetrine e luci scintillanti e dal cieco egoismo che escludeva chicchessia dalle loro esistenze. Senza più scuse, stavolta, guardando tutti in viso, conoscendo realmente chi si tentava a tutti i costi di ignorare. Vicini o lontani, conoscenti o puri estranei.
Vorrei vedere così tanta neve che trasformi il nero in bianco, che faccia sparire il grigio, che diffonda nell'aria quella brezza frizzante mista all'aroma di legno arso, che mostri per la strada la gente mentre spala assieme la neve dai vialetti e dalle strade, disseppellendo le proprie vite, incappando per caso in parti di vita altrui. Restituendole con garbo questi frammenti, magari custodendone gelosamente qualche pezzetto per sè stessi.
Che bello sarebbe...! E sentir solo risuonare le note di una dolce canzone: Let it snow, let it snow, let it snow...
E' tutta una corsa, si cerca di restare nei tempi, non si fa nemmeno tempo a uscire dal lavoro che "bisogna" precipitarsi a vedere quel tal vestito per non sfigurare con le amiche al cenone, andare a prenotare il suddetto cenone, sentire il fiorista, telefonare a quel parente scomodo ma che risulta sconveniente non sentire per le feste, anche solo per un semplice augurio... E poi scrivere quei noiosi biglietti d'auguri, a gente che non vedi nè senti mai, ma d'altronde, un minimo di educazione! E le amiche? Un caffè con loro è d'obbligo nella patisserie di grido, che quando entri vieni investito di aromi che ti invogliano a sborsare deca a manetta, roba buona che ti fa sentire più buono di riflesso. E gli accattoni alle porte della città e nelle vie del centro paiono moltiplicarsi, facendo leva proprio su questi cuori di pietra indeboliti all'ultimo da un bignè gaglioffo o dalla fragranza di una cioccolata calda e ristorativa. Non da meno sono furbi i nostri pargoli, figli o nipoti che siano, che cogli occhi luccicanti e il ditino ciccioso ti indicano i negozi traboccanti di coloratissimi giocattoli parlanti, spesso autentiche mostruosità, nove volte su dieci pericolosissimi sottoprodotti dell'incontrollata industria cinese. Ma tant'è, ti guardano con così tanta speranza, che non accontentarli sarebbe un crimine atroce. Dei peggiori.
Poi però, manco a farlo apposta, i media ci sottopongono le tristezze dell'umanità, con richieste di aiuto, tutte adesso, improvvisamente, come se prima di casi umani non ve ne fosse traccia alcuna, e da Telethon alle pubblicità in sostegno di questa o quest'altra associazione in lotta contro tutti i morbi del mondo, è tutto un crogiuolo di buoni sentimenti, di speranze condivise, di attese e sensi di colpa da instillare nella gente, colpe da espiare a suon di sms a un euro o laute donazioni. Perchè alla fine della fiera dev'essere sempre la gente comune a sborsare i quattrini per risollevare le sorti del mondo.
Ma per gli altri, com'è normale che sia, non si è disposti a spendere quanto si spenderebbe per sè stessi, e d'altronde cosa si può obiettare a riguardo? Chi conosce un ragazzo, per quanto sfortunato e malato, disperso nel continente africano? O un distrofico che abitasse anche a un chilometro da noi, ma pur sempre un estraneo? La non conoscenza/coscienza è giustificata dall'uso sfrenato della tecnologia dei giorni nostri, così invasiva che ci permette di sapere dove si trova qualsiasi persona, ma di fatto separandoci da essa mediante schermi telematici, in una sorta di indifferenza multilivello. Così spesso ciò che è vicino e ciò che è lontano si eguagliano, nella forma e nella sostanza, e in questa assimilazione si prende il peggio di tutto, ovvero si crea una barriera di difesa contro le brutture del mondo che ci circonda, vicino e lontano. La sagra dell'ipocrisia ci porta tuttavia a vincere le nostre resistenze nei confronti dell'estraneo, giocoforza per il ripresentarsi ostinato di quelle sciagurate immagini, e pur con un ago nel cuore ci sveniamo di cinque, dieci euro, giusto per appagare di benefica quiete la nostra coscienza urlante. Ma finisce lì, i soldi sono il siero necessario per allontanare quelle tristezze e riappropriarci del nostro piccolo giardino benestante di piaceri.
E poi un Natale che si rispetti può esser orfano della neve? Giammai! E forse un po' di neve servirebbe, giusto per ammortizzare il chiasso dei rumori che di natalizio hanno di poco, per sfumare i colori che ci saltano addosso, per lenire le gioie finte e lasciare a galla, se ne sono capaci, solo le emozioni genuine. Una neve che isolasse le città, che bloccasse le strade, che fermasse il traffico, che chiudesse le persone nei negozi, senza che questi, presi com'erano dalla frenesia degli acquisti, si fossero accorti che stava scendendo un metro di neve. Obbligati a restare imprigionati nei mondi che loro stessi hanno contribuito a creare, a confrontarsi con chi mai avrebbero voluto avere al proprio fianco, a scoprire cose che non avrebbero mai avuto il coraggio di sapere o di immaginare, a vedere realmente chi avevano vicino, ottusi com'erano dal continuo scorrere di vetrine e luci scintillanti e dal cieco egoismo che escludeva chicchessia dalle loro esistenze. Senza più scuse, stavolta, guardando tutti in viso, conoscendo realmente chi si tentava a tutti i costi di ignorare. Vicini o lontani, conoscenti o puri estranei.
Vorrei vedere così tanta neve che trasformi il nero in bianco, che faccia sparire il grigio, che diffonda nell'aria quella brezza frizzante mista all'aroma di legno arso, che mostri per la strada la gente mentre spala assieme la neve dai vialetti e dalle strade, disseppellendo le proprie vite, incappando per caso in parti di vita altrui. Restituendole con garbo questi frammenti, magari custodendone gelosamente qualche pezzetto per sè stessi.
Che bello sarebbe...! E sentir solo risuonare le note di una dolce canzone: Let it snow, let it snow, let it snow...
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