domenica 30 novembre 2008

Il segreto di una buona frittata

Molti di voi avranno sicuramente mangiato in vita loro la frittata: a chi piace semplice, con uova e latte, a chi solo di albumi per un maggior apporto proteico, a chi con verdure, salumi e spezie per darle un sapore più deciso. Non parliamo poi delle dimensioni: c'è che la preferisce piatta, chi spessa, chi pieghevole per farcirla. Diciamo che la frittata ben si presta ad ogni tipo di palato o estro culinario, basta solo aver 10 minuti di tempo e qualche ingrediente in casa, che magari si deve finire per non buttarlo via. E ne esce un prodotto goloso, che colora le nostre tavole di gusto e piacere.
Cominciamo con gli ingredienti per creare la pastella della frittata spessa, che prevedendo l'incorporo di ulteriori componenti, meglio si confà a ospitare il "ripieno", di cui parleremo in un secondo momento.

Ingredienti per una frittata per 8-10 persone:

10-12 uova;
latte q.b.;
grana grattuggiato;
pan grattato
sale, pepe e aromi;
1-2 cucchiai di olio extravergine d'oliva.

Procediamo con lo sbattere a le uova con una forchetta, albumi e tuorli insieme, fino a quando non si formano degli aggregati di bollicine. Una volta presenti le bollicine allungare il composto con del latte e mescolare nuovamente con la forchetta, incorporandolo al tutto. Aggiungere il grana grattuggiato (o a scaglie ricavate con la grattugia) e incorporare. Di seguito salare e pepare e, se la ricetta lo prevede, aggiungere aromi e spezie, nonchè prezzemolo, basilico e odori vari.
Ora che il preparato è pronto, scaldare lievemente dell'olio extravergine d'oliva in una padella abbastanza larga, mantenendo il fuoco basso, versarvi il composto e con una forchetta, senza grattare la padella, continuare a staccare dalle pareti della teglia la frittata che comincerà lentamente a rapprendersi. Sempre coi rebbi della forchetta allontanare i bordi della frittata dalle pareti della pentola e, inclinandola, lasciate defluire il composto liquido che sarà rimasto nel centro oltre i bordi, di modo che si rapprenda. Una volta solidificato quasi tutto il contenuto della pentola, utilizzare un piatto largo, delle dimensioni della teglia, riporlo a mo' di coperchio sopra la teglia stessa e, munendosi di un guanto, rovesciare la frittata sul piatto. In seguito riporre la frittata girata nuovamente nella teglia per la cottura dell'altro lato. Attendere cinque minuti e controllare che non bruci.

Se volete aggiungere qualche particolare sfizioso alla vostra frittata, prima di versare il contenuto nella padella incorporatelo al contenuto stesso, in base ovviamente alla natura dell'ingrediente. Se è una verdura fresca o congelata, fatela soffriggere in olio e aromi vari, così come una salsiccia da sbriciolare, lo speck o il salamino piccante. Nel caso invece di mozzarella o formaggi vari, nonchè di prosciutto cotto, incorporateli prima di versare il composto nella teglia.

Abbinamenti consigliati: salsiccia e cipolle; salamino piccante e cipolle; prosciutto cotto e formaggio; speck e zucchine; cipolla e zucchine; speck e cipolla; speck e uva bianca; spinaci e mozzarella; verdure miste, anche patate lessate.

Se poi le dimensioni della frittata sono discrete, è possibile componendo una semplice pastella base, farcirla a freddo con salumi e formaggi, o, in alternativa, farcirla all'ultimo istante di cottura, di modo che gli ingredienti aromatizzino ulteriormente il prodotto cuocendosi un poco e sprigionando le loro componenti odorose.

Ricordi di scuola

Novembre, di Giovanni Pascoli.


Gémmea l’aria, il sole così chiaro
Che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore.


Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
Di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante

sembra il terreno.


Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate,
fredda, dei morti.

sabato 29 novembre 2008

Tempo di riflessioni

Giorno dopo giorno si avvicina uno dei periodi più belli dell'anno a mio avviso: parlo ovviamente del Natale. Nei giorni che si snodano da metà novembre fino al clou della vigilia le città si tingono di colori dorati, verdi, rossi, blu e argento, nastri e ninnoli ovunque, luci che ti infondono quella debole ma pur vivida speranza che il buio tunnel di miserie sia finito, alberi addobbati a festa, vetrine ripiene di ogni ben di Dio, tavole imbandite di cibo speciale, decorate con candelabri sfavillanti, tovaglie che si tirano fuori dal cassetto solo per quest'occasione, occhi curiosi alla ricerca del particolare di gusto da donare al caro, all'amico, al conoscente, al collega. Musiche e carillon che tintinnano per le vie del centro, odore di dolci, ressa alle casse, tanta voglia di calore, che lo si cerca ovunque, anche nelle decine di Babbi Natale sparsi nei centri commerciali o nel bancone frigo del super dove trovi, eccezionalmente scontato e tutto in megaofferta (!), tutto quello che ti può servire per generare altro calore, fittizio o reale che sia non importa.

E' tutta una corsa, si cerca di restare nei tempi, non si fa nemmeno tempo a uscire dal lavoro che "bisogna" precipitarsi a vedere quel tal vestito per non sfigurare con le amiche al cenone, andare a prenotare il suddetto cenone, sentire il fiorista, telefonare a quel parente scomodo ma che risulta sconveniente non sentire per le feste, anche solo per un semplice augurio... E poi scrivere quei noiosi biglietti d'auguri, a gente che non vedi nè senti mai, ma d'altronde, un minimo di educazione! E le amiche? Un caffè con loro è d'obbligo nella patisserie di grido, che quando entri vieni investito di aromi che ti invogliano a sborsare deca a manetta, roba buona che ti fa sentire più buono di riflesso. E gli accattoni alle porte della città e nelle vie del centro paiono moltiplicarsi, facendo leva proprio su questi cuori di pietra indeboliti all'ultimo da un bignè gaglioffo o dalla fragranza di una cioccolata calda e ristorativa. Non da meno sono furbi i nostri pargoli, figli o nipoti che siano, che cogli occhi luccicanti e il ditino ciccioso ti indicano i negozi traboccanti di coloratissimi giocattoli parlanti, spesso autentiche mostruosità, nove volte su dieci pericolosissimi sottoprodotti dell'incontrollata industria cinese. Ma tant'è, ti guardano con così tanta speranza, che non accontentarli sarebbe un crimine atroce. Dei peggiori.

Poi però, manco a farlo apposta, i media ci sottopongono le tristezze dell'umanità, con richieste di aiuto, tutte adesso, improvvisamente, come se prima di casi umani non ve ne fosse traccia alcuna, e da Telethon alle pubblicità in sostegno di questa o quest'altra associazione in lotta contro tutti i morbi del mondo, è tutto un crogiuolo di buoni sentimenti, di speranze condivise, di attese e sensi di colpa da instillare nella gente, colpe da espiare a suon di sms a un euro o laute donazioni. Perchè alla fine della fiera dev'essere sempre la gente comune a sborsare i quattrini per risollevare le sorti del mondo.

Ma per gli altri, com'è normale che sia, non si è disposti a spendere quanto si spenderebbe per sè stessi, e d'altronde cosa si può obiettare a riguardo? Chi conosce un ragazzo, per quanto sfortunato e malato, disperso nel continente africano? O un distrofico che abitasse anche a un chilometro da noi, ma pur sempre un estraneo? La non conoscenza/coscienza è giustificata dall'uso sfrenato della tecnologia dei giorni nostri, così invasiva che ci permette di sapere dove si trova qualsiasi persona, ma di fatto separandoci da essa mediante schermi telematici, in una sorta di indifferenza multilivello. Così spesso ciò che è vicino e ciò che è lontano si eguagliano, nella forma e nella sostanza, e in questa assimilazione si prende il peggio di tutto, ovvero si crea una barriera di difesa contro le brutture del mondo che ci circonda, vicino e lontano. La sagra dell'ipocrisia ci porta tuttavia a vincere le nostre resistenze nei confronti dell'estraneo, giocoforza per il ripresentarsi ostinato di quelle sciagurate immagini, e pur con un ago nel cuore ci sveniamo di cinque, dieci euro, giusto per appagare di benefica quiete la nostra coscienza urlante. Ma finisce lì, i soldi sono il siero necessario per allontanare quelle tristezze e riappropriarci del nostro piccolo giardino benestante di piaceri.

E poi un Natale che si rispetti può esser orfano della neve? Giammai! E forse un po' di neve servirebbe, giusto per ammortizzare il chiasso dei rumori che di natalizio hanno di poco, per sfumare i colori che ci saltano addosso, per lenire le gioie finte e lasciare a galla, se ne sono capaci, solo le emozioni genuine. Una neve che isolasse le città, che bloccasse le strade, che fermasse il traffico, che chiudesse le persone nei negozi, senza che questi, presi com'erano dalla frenesia degli acquisti, si fossero accorti che stava scendendo un metro di neve. Obbligati a restare imprigionati nei mondi che loro stessi hanno contribuito a creare, a confrontarsi con chi mai avrebbero voluto avere al proprio fianco, a scoprire cose che non avrebbero mai avuto il coraggio di sapere o di immaginare, a vedere realmente chi avevano vicino, ottusi com'erano dal continuo scorrere di vetrine e luci scintillanti e dal cieco egoismo che escludeva chicchessia dalle loro esistenze. Senza più scuse, stavolta, guardando tutti in viso, conoscendo realmente chi si tentava a tutti i costi di ignorare. Vicini o lontani, conoscenti o puri estranei.
Vorrei vedere così tanta neve che trasformi il nero in bianco, che faccia sparire il grigio, che diffonda nell'aria quella brezza frizzante mista all'aroma di legno arso, che mostri per la strada la gente mentre spala assieme la neve dai vialetti e dalle strade, disseppellendo le proprie vite, incappando per caso in parti di vita altrui. Restituendole con garbo questi frammenti, magari custodendone gelosamente qualche pezzetto per sè stessi.

Che bello sarebbe...! E sentir solo risuonare le note di una dolce canzone: Let it snow, let it snow, let it snow...

martedì 25 novembre 2008

Lunario di novembre

Il giorno 02 si commemorano i defunti; il giorno 11, San Martino, si assaggia il vino novello.


Il nome Novembre deriva dal latino Novembris, il nono mese del calendario arcaico romano.


Altri nomi:

Calendario Arcaico Romano: Novembris era il nono mese del calendario e contava 31 giorni;
Calendario della Repubblica Romana: Novembris era il nono mese del calendario e contava 29 giorni;
Calendario Giuliano: Novembris era l'undicesimo mese del calendario e contava 31 giorni;
Calendario Augusteo: Novembris era l'undicesimo mese del calendario e contava 30 giorni.
Questo mese era consacrato a Diana (Artemide), la dea della luce lunare, della foresta, della caccia, la dea della libertà femminile. Era considerata, nell'Antica Roma, la protettrice dei servi e degli schiavi;

Per gli ebrei Cheshvàn è il secondo mese del calendario (era il nono dell'antico calendario biblico), è formato da 29 o 30 giorni e va da Ottobre a Novembre, il suo nome deriva probabilmente dall'assiro "araa shammu", che significa ottavo mese (il nome babilonese era Arahamnu), mentre Kislèv (parola di origine incerta, forse si riferisce a K'sil, il nome biblico per Orione, l'arciere, dato che il segno zodiacale legato a questo mese è il Sagittario), terzo mese, era formato da 29 o 30 giorni e va da Novembre a Dicembre. In questo mese cade la festa di Chanukkà, la festa delle luci, così come molte popolazioni che si rifanno al Calendario Gregoriano, nello stesso periodo festeggiano Santa Lucia, portatrice di luce. Il nome babilonese era Kislimu.
Cheshvàn viene anche chiamato Marcheshvàn, nome di cui si dà una doppia interpretazione: "Cheshvan l'amaro", con riferimento al fatto che in questo mese non ci sono momenti di festa, oppure, facendo derivare la parola "mar" dall'aramaico "goccia", con il significato di "Cheshvàn il Piovoso", date le abbondanti piogge che cadono in questo mese;

Per i musulmani Ramadan è il nono mese del calendario, conta 30 giorni e va da Ottobre a Novembre, mentre Shavval, decimo mese, conta 29 giorni e va da Novembre a Dicembre.
Per la durata del mese di Ramadan il popolo si astiene dagli eccessi, non commette atti di guerra e pratica il digiuno durante le ore diurne;

Per i persiani Aban, ottavo mese del calendario, aveva 30 giorni e andava da Ottobre a Novembre, mentre Azar, nono mese, contava 30 giorni e andava da Novembre a Dicembre;

Per i celti Samonios (tempo della semina) aveva inizio il nuovo anno, contava 30 giorni e andava da Ottobre a Novembre, con Dumannios (tempo dell'oscurità piu` profonda), secondo mese del calendario, cominciava il periodo invernale, questo mese contava 29 giorni e andava da Novembre a Dicembre;

Anche i pellerossa d'America adattarono il computo dei mesi al sistema importato dai pionieri, ma i loro mesi erano legati alla vita della luna e, naturalmente, ogni popolo aveva nomi propri per i mesi dell'anno:
secondo la testimonianza di Alce Nero, del popolo Lakota, era: Luna delle foglie cadenti;
per gli indiani Chippewa e Ojibwa era: Luna delle piogge che sghiaccia il terreno.

Durante la Rivoluzione Francese il mese che andava da 22 Ottobre al 20 Novembre, secondo mese del Calendario Rivoluzionario, prese il nome di Brumaire (Brumaio), mentre il periodo che andava dal 21 Novembre al 20 Dicembre prese il nome di Frimaire (Frimaio).


Nelle rappresentazioni medioevali Novembre veniva raffigurato come una giovane fanciulla che raccoglieva la legna con un sacco in spalla.


In campagna il colore dominante è quello cupo e scuro degli alberi privati in gran parte delle foglie, che giacciono a terra: nutriranno e faranno da culla alla prossima primavera.
La nebbia fa la sua prima massiccia comparsa e qualche alta cima è già imbiancata. C'è ancora qualche giornata piacevolmente tiepida per godersi le passeggiate in collina, per assaporare i profumi del sottobosco prima che l'inverno copra tutto con un mantello di gelo.
In città la nebbia si confonde con il fumo delle macchine e dei camini: il risultato è un grigio predominante.

I colori sono quelli delle sciarpe che avvolgono strettamente nasi altrimenti gocciolanti per i primi malanni di stagione. I suoni nono quelli dei motori delle automobili.


Il fiore del mese è il Crisantemo, a torto considerato foriero di sventura : in oriente simboleggia la buona sorte. Nelle terre dei tartufi continuano le sagre ad esso dedicate. A fine novembre si potrà effettuare il travaso del vino nuovo.


Proverbi:


Per i Santi manicotto e guanti.

Chi vuol far buon vino zappi e poti a San Martino.

A San Martino ogni mosto è vino.

Nel giorno di S. Martino si assaggia il primo vino.

Per San Clemente l'Inverno mette un dente.

Per Santa Caterina la neve alla collina.

Per Sant' Andrea ti levi da pranzo e ti metti a cena.

Se di Novembre tuona l'annata sarà buona.


Poesia: San Martino, di Giosuè Carducci.


La nebbia agl'irti colli
piovviginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar:
ma per le vie del borgo dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini l'anime a rallegrar.

Gira sù ceppi accesi lo spiedo scoppiettando;
sta il cacciator fischiando su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi stormi d'uccelli neri
com'esuli pensieri, nel vespero migrar.

domenica 23 novembre 2008

The sounds of the 80's

E per entrare nell'ordine delle idee della festa di sabato prossimo 29 novembre, ecco a voi una simpatica compilation per rivivere in poco più di un'ora i più grandi successi che hanno fatto grandi gli anni Ottanta. Pronti col cd in mano per masterizzare le hit che fischiettavate abitualmente a quei tempi? Via ragazzi, son passati in fin dei conti solo una quindicina d'anni, e scommetto che molte di quelle canzoni ancora adesso vi scoprite a canticchiarle, magari vi sfuggirà il titolo, o chi le cantasse, ma in pochi secondi, non appena le sentirete so che direte "Io questo sound lo conosco molto bene..."
Ecco perchè cominceremo con questa serie di 20 canzoni anni Ottanta, a breve nei prossimi giorni seguiranno quelle degli anni 90 per concludere infine entro venerdì con un rapido viaggetto nella dance che ci ha fatto ballare da ragazzi!
Mi scuso in anticipo con chi magari, esperto della musica di quel periodo, non vedrà segnalate le canzoni che a lui staranno più a cuore, ma mi riprometto con calma di inserire anche quelle che al momento non mi sovvengono, creando una compilation veramente completa anni Ottanta, Novanta e dance molto più completa, magari da rivivere nelle note durante le vostre serate al locale, come piacevole sottofondo musicale!
Si richiedono ovviamente anche i vostri commenti, suggerimenti e proposte!

Cominciamo dunque questo divertente viaggio con un paio di cd ad hoc:

Primo cd anni Ottanta:

1) A-Ha, Take on me;
2) Masquerade, Guardian angel;
3) Talking heads, You're my heart you're my soul;
4) Visage, Fade to grey;
5) Opus, Live is life;
6) Desireless, Voyage voyage;
7) Sandra, Maria Magdalena;
8) U2, With or without you;
9) Mike Oldfield, Moonlight shadow;
10) Gazebo, I like Chopin;
11) New order, True faith;
12) Culture club, Do you really want to hurt me?;
13) Eurythmics, Sweet dreams;
14) Fiction factory, Feels like heaven;
15) Industry, State of the nation;
16) Madonna, La isla bonita;
17) OMD, Enola gay;
18) Wham!, Last Christmas;
19) Spandau ballet, Through the barricades;
20) Soft cell, Tainted love.

Secondo cd anni Ottanta:

1) Samantha Fox, Touch me;
2) Den Harrow, Catch the fox;
3) Falco, Der Kommissar;
4) Human league, Don't you want me?;
5) Sandy Marton, People from Ibiza;
6) Duran duran, Save a prayer;
7) Bruce Springsteen, Born in the USA;
8) Pet shop boys, Domino dancing;
9) Bananarama, Cruel summer;
10) Alphaville, Big in Japan;
11) Tears for fears, Shout;
12) Jill Jones, Mia bocca;
13) Yazoo, Don't go;
14) Joe Cocker, You can live yor hat on;
15) Men at work, Who can be now?;
16) Billy Idol, Eyes without a face;
17) Whitney Houston, One moment in time;
18) Bronski beat, Smalltown boy;
19) Taylor Dayne, Tell it to my heart;
20) Talk talk, Such a shame.

Festa revival anni 80, 90 e commerciale!


Sabato prossimo 29 novembre al Gallo si terrà, per la gioia dei non più giovanissimi, o comunque per chi non ha mai dimenticato lo splendido panorama musicale di quegli anni, una serata revival dei mitici anni Ottanta e Novanta, con excursus anche nella dance che ci ha accompagnato da adolescenti nei nostri pomeriggi in discoteca la domenica.
Perciò ballate, scatenatevi e lasciatevi rapire dalla musicalità indimenticabile dei grandi gruppi del passato che hanno segnato il percorso musicale fino ai nostri giorni!
Vi attendiamo numerosi!

venerdì 21 novembre 2008

Muffin ai frutti di bosco

Ingredienti:
180 g di burro;
350 g di farina;
200 g di zucchero;
2 uova;
250 ml di latte;
una bustina di lievito per dolci, anche vanigliato;
un pizzico di sale;
una fialetta di vaniglia o una bustina di vanillina in polvere;
frutti di bosco, meglio freschi, ma anche congelati.

Tirare fuori dal freezer i frutti di bosco mezz'ora prima di iniziare a lavorare l'impasto. Ammorbidire il burro e sbatterlo con lo zucchero, l'aroma di vaniglia e il sale. In un'altra ciotola sbattere le uova col latte, per poi unire il tutto in un'unico recipiente.
In seguito unire al composto la farina setacciata col lievito. Da ultimo unire i frutti di bosco.
Riempire gli stampini per i muffin per i 3/4 della loro capienza di modo che in cottura non fuoriesca il composto rovinando la fisionomia del prodotto finito. Infornare in forno preriscaldato a circa 140°-150° per 20-25 minuti, controllando la doratura dei muffin.
Una volta sfornati e sfreddati, a piacimento, si possono cospargere di zucchero a velo, di glassa (al cacao ad esempio) e codette, ma quest'ultima variante personalmente la consiglio nella versione con pezzetti di cioccolato o con frutta secca, tipo noci, nocciole, mandorle e pistacchi.
Servire con un ciuffo di panna montata e cospargerla con granella di amaretti o chicchi di cioccolato aromatizzati al caffè.
Inoltre potete decidere di aromatizzare i muffin con cannella, zenzero o altre spezie aggiungendole da ultime all'impasto, avendo cura della perfetta combine dei vari sapori.

giovedì 20 novembre 2008

La massime del Gallo: capitolo 4

In vino veritas, ma io non ci credos un cazzos!

Una gita a... Cattolica

Una gita a… Cattolica.
Nel nostro secondo viaggio lungo l’Italia vi porteremo in uno dei luoghi più belli della riviera romagnola: Cattolica. Posta all’estremo lembo della Romagna, dopo Riccione e Misano Adriatico, separata dalle Marche e dalla cittadina gemella di Gabicce Mare da uno stretto corso d’acqua, Cattolica può vantare di essere l’ultimo avamposto dell’Italia settentrionale della penisola, incastonata tra il mare, l’Appennino Tosco-Emiliano e il monte Titano sul quale svetta la città-stato di San Marino. Appartiene alla provincia di Rimini, costituita di recente dopo lo smembramento della vecchia provincia di Forlì, ribattezzata poi Forlì-Cesena.
Cattolica è un paese tutto sommato piccolo, ma che negli ultimi decenni ha conosciuto un notevole sviluppo: attorno alle vie principali nei pressi del mare (Via Dante, Via Fiume, Via Bovio) sono sorti residence, alberghi, negozi chic così come semplici gelaterie ristoranti e pizzerie, che hanno affiancato i locali storici della città. Se a ciò aggiungiamo le golosità di una realtà da sempre latrice di piatti da autentici buongustai e un’entroterra ricco di cultura e tradizione, oltre all’alta frequenza turistica – e variegata – che coinvolge l’intera struttura lungo la stagione estiva, ma già a primavera grazie ai primi ponti festivi, il gioco è fatto.
La piacevolezza di una passeggiata mattutina e serale lungo il viale che costeggia il mare, alleggerita dal soffio lieve del garbino, aiuta a smaltire le calorie accumulate dai sapori che si incontrano un po’ ovunque da queste parti, e come per la precedente gita a Malcesine, questo tour romagnolo vuole anche offrirvi qualche spunto culinario e turistico nel caso vi trovaste da queste parti.
Una vacanza di una settimana vi permetterebbe di godere delle molteplici realtà turistiche del circondario, e onestamente si consiglia una capatina nel periodo di aprile-maggio, quando ancora l’afflusso turistico non è ai picchi estivi. I ponti pasquali, della Liberazione o del Primo maggio sono l’ideale, ma a nostro avviso conviene sempre partire nelle date cosiddette “non sospette”, tipo un giovedì, e rientrare seguendo lo stesso criterio una settimana dopo. Se proprio ad aprile non potreste, non rimane che attendere lo sfumare del caos agostano e godersi qualche giorno di settembre, quando ancora comunque la città è viva e godereccia.
Partiamo in primis da Cattolica ed espandiamoci in seguito al territorio che la circonda. Alloggi: beh, molto bello è il Kursaal, quattro stelle, direttamente sulla spiaggia, o il Vienna, tre stelle all’angolo col lungomare. Personalmente noi si alloggia sempre nello stesso posto, per comodità, perché conosci le persone e instauri un bel rapporto: e si opta sempre per bed&breakfast, per evitare e spese eccessive e per non sentirsi vincolati a orari di pranzi, cene e quant’altro. E a tal proposito segnaliamo la pensioncina Boemia, piccola, senza pretese, ma molto accogliente. Tuttavia, per chi ricerca le comodità, nelle vie interne si possono trovare svariate soluzioni, da residence ad appartamenti in affitto, a stanze o alberghi.
D’obbligo, appena arrivati e messe giù le valigie, è la tappa dal gelataio più vecchio del paese, Pimpi, che produce a regola d’arte uno dei migliori gelati mai assaggiati in vita nostra: cremoso e saporito, nessun additivo, niente di industriale, una bontà unica. Ma è solo mezzogiorno, e lo stomaco emette i suoi giusti brontolii da orario di pranzo. Per cui, per uno snack sfizioso e veloce consigliamo la rosticceria …, che propone una marea di prodotti culinari caldi insuperabili: le classiche piadine con squacquerone e bieta, oppure con salumi, ma ancora polpette al sugo di pomodoro, verdure grigliate, pomodori gratinati, involtini, lasagne al forno, salsiccette, di tutto e di più.
In seguito ci aspetta la meritata e tanto sospirata pennichella, di rigore in spiaggia e la sera, se proprio non si vuol fare qualche chilometro per raggiungere Riccione o Rimini si potrà gustare un’ottima pizza allo Sfizio, un locale gestito da pizzaioli napoletani che sforna ogni giorno il prodotto principe di Napoli a livelli superbi. Favolosa la pizza Amalfi e quella fritta. Il dopocena è tutto per la passeggiata serale, gelatino e shopping qua e là, alla ricerca di qualche affare.
Il giorno dopo non si può perdere l’occasione della colazione alla pasticceria Millefoglie: straordinarie le pastine, e non parliamo degli stuzzichini salati. Poi giornale di rito e una gitarella fuori porta, magari a Gradara, a visitare la rocca: occhio agli orari delle visite! Di ritorno si può passare il ponte che separa Cattolica da Gabicce e, per stare leggeri che ogni tanto non guasta mai, andare a mangiare all’Insalateria del porto, dove puoi scegliere fino a 15 ingredienti coi quali creare la tua insalata personale. A prezzi modici, il che non guasta mai. Pomeriggio spiaggia di rigore, e la cena in un posto sfizioso, dove gustarsi prelibatezze da sbottono della cintura preventivo! A Saludecio, nell’entroterra cattolichino, la signora delle camere della Boemia gestisce col marito l’agriturismo Eby, un ambiente tipico dove volendo è possibile anche soggiornare, presentando ai suoi avventori nelle sale arredate con miriadi di particolari piatti semplici ma gustosi, alle volte un po’ bizzarri, come le rane impanate! Ma qui si gusta soprattutto la tradizione, dalle piade ricche di formaggi e salumi, ai ciccioli e ai prodotti della terra. Infatti il posto è inserito in un contesto biologico, che, per la gioia dei salutisti, si trova in aperta campagna, offre sulle tavole cibo di primissima qualità e lontano dalle logiche industriali. In più l’agriturismo gode anche della presenza di un piccolo zoo domestico dove ogni bambino avrà la possibilità di vedere e toccare con mano gli animali che in città non si vedono mai.
Di ritorno dalla cena salutista può risultare piacevole immergersi in un po’ di mondanità, e allora torniamo a Cattolica, a rinfrescarci con uno yogurt in Via Bovio o a una pausa caffè con pasticceria fine o una fetta golosa di torta presso Staccoli, nei pressi del municipio.
E’ già ora di andare a dormire, ma il giorno dopo vi aspetta una gita a Urbino, con le sue salite caratteristiche e il suo stile inconfondibilmente medievale, dove si può assaggiare la variante marchigiana della piadina, la crescia, da provare con i salumi salati della zona, lo squacquerone o la salsiccia. Se ancora le forze vi sorreggono dopo i vari saliscendi, potreste fare una capatina all’enclave di San Marino. Vi si accede, se come noi non possedete la residenza, parcheggiando dabbasso l’auto e salendo in funivia lungo le pendici del monte Titano. Spettacolari le vedute di una cittadina letteralmente arroccata sul fianco del monte, con tutta una sua storia che non manca di mostrarsi ad ogni angolo, attraverso scorci di paesaggio e scenari da fotografia, vicoli, balconate, piazzette, negozietti tipici. Ma occhio ai prezzi: anche se è considerata zona franca, esente da Iva, San Marino ha gli stessi prezzi se non più alti del circondario italiano.
Spiaggetta di rito al ritorno, un succo-granita di pompelmo ghiacciato sul lungomare e poi doccia, e verso le 19, previa prenotazione, si consiglia per godere un paio d’ore di lieta amenità coi compagni di viaggio di fare un salto all’osteria La Sangiovesa, in quel di Santarcangelo. di Romagna Al di là della semplice purezza del paesino, costruito nel suo borgo antico su una scalinata che porta ovviamente alla chiesa principale, Santarcangelo merita di essere ricordato anche per le svariate osterie che offre. Per voi – e anche per noi soprattutto! – abbiam sperimentato per l’appunto la Sangiovesa. Prezzi un po’ sostenuti, nulla di esagerato, ma va detto che la qualità, quella vera non costa poco. Tra antipasti, primi, secondi, contorni e dolci è un tripudio di sapori e di bontà, per tutti i palati e gusti. Se poi il locale è spazioso, arredato con gusto tipicamente rustico, ti sembra di pasteggiare dentro una di quelle locande di tanti secoli fa, sostando nelle sale con volti e muratura in laterizio, pervase dagli aromi di vino e di piada preparata e cotta al momento dalle sapienti mani di cuoche che, in bellavista, lavorano al pane romagnolo per eccellenza. E se per caso la malinconia vi prendesse di questo posto, sempre potrete portare con voi un ricordino, che sia una bottiglia di vino o un pacco di farina che quotidianamente qui viene lavorata, per sperimentare a casa le bontà assaggiate. E se siete ancora in forze, se lo stomaco non è troppo appesantito dalle squisitezze gustate, potrete decidere di passare una serata tranquilla passeggiando in quel di Riccione, tra vetrine alla moda e un po’ di movida, oppure dirigervi nell’originale e stravagante discoteca Classic Club di Coriano.
Da tener presente la Festa dei fiori, solitamente a cavallo dei primi di maggio, e la Saluserbe di Saludecio, o sagra delle erbe, che si tiene nel suddetto paesino snodandosi in vicoli e piazzette, con bancarelle di salumi, formaggi, piante, mieli, cioccolate, rimedi naturali, libri, e poi ancora spettacoli medievali e folklore: anche questo evento cade in primavera, precisamente l’ultima settimana di aprile.

giovedì 13 novembre 2008

Una castagnata in amicizia!

Un altro evento al Gallo, per riscaldare i cuori dai primi freddi novembrini!
Le nebbie sono cominciate a scendere silenziose sulla città e le campagne, l’umidità si fa sentire anche sotto i cappotti e i cappelli, l’autunno ha disteso il suo grigio manto di foglie brulle ovunque, l’estate di San Martino è solo un lontano ricordo. Urge un rimedio per affrontare l’inizio ufficiale della brutta stagione.
Ecco perchè sabato 15 attorno alle 20:00 abbiamo organizzato un piccolo pre-cena durante il quale vi offriremo il frutto della stagione più classico e amato, gustoso e fragrante: la castagna. Già dal tardo pomeriggio potrete comunque godere del soave profumo delle castagne abbrustolite nel plateatico.
Potrete bagnare le labbra e caldarroste con ottimo vino novello o un aromatico bicchiere di vin brulè, oppure scegliere i forti sapori del nord gustando un corposo bombardino con panna e una spruzzata di cannella o abbandonandovi all’abbraccio fruttato e delicato di un buon sidro di mele caldo tirolese, che accompagnerà la degustazione di semplici dolci e bontà autunnali.

Non mancate!

giovedì 6 novembre 2008

Lunario di ottobre

Il giorno 30 alle ore 3.00 si torna all'ora solare: gli orologi vanno spostati indietro di un'ora.

Il nome Ottobre deriva dal latino Octobris che indicava l'ottavo mese del calendario arcaico romano.

Altri nomi:

Calendario Arcaico Romano: Octobris era l'ottavo mese del calendario e contava 30 giorni;
Calendario della Repubblica Romana: Octobris era l'ottavo mese del calendario e contava 31 giorni;
Calendario Giuliano: Octobris era il decimo mese del calendario e contava 30 giorni;
Calendario Augusteo: Octobris era il decimo mese del calendario e contava 31 giorni.
Questo mese era consacrato a Marte, il dio della guerra e della lotta e rappresentava lo scontro dell'estate con l'inverno giunto a prendere il possesso del proprio tempo (mentre il mese di Marzo gli era dedicato nella sua veste di dio del risveglio).
A Roma ogni 5 anni, in Campo Marzio, uno spiazzo sulla riva sinistra del Tevere, si celebrava la cerimonia di purificazione dell'esercito. Il 15 ottobre si svolgeva "La festa del cavallo di ottobre", con il sacrificio di un cavallo appunto;

per gli ebrei Tishrì (il nome deriva dall'accadico Tashritu o dall'aramaico Sharè entrambi con il significato di "principio") è il primo mese dell'anno cronologico (è il settimo mese dell'anno religioso o delle ricorrenze festive), ha 30 giorni e va da Settembre a Ottobre (il nome babilonese era Tashritu), mentre Cheshvàn è il secondo mese del calendario (era il nono dell'antico calendario biblico), è formato da 29 o 30 giorni e va da Ottobre a Novembre, il suo nome deriva probabilmente dall'assiro "araa shammu", che significa ottavo mese. Il nome babilonese era Arahamnu.
Il primo giorno del mese di Tishrì non cade mai di domenica, mercoledì o venerdì; in questo mese cadono le ricorrenze di Rosh Ha-Shanà (Capodanno), I dieci giorni penitenziali, Yom Kippur (il giorno dell'Espiazione), Sukkoth (Festa dei Tabernacoli), Oshanà rabbà, Sheminì Azzeret, Simchàth Torà.
Cheshvàn viene anche chiamato Marcheshvàn, nome di cui si dà una doppia interpretazione: "Cheshvan l'amaro", con riferimento al fatto che in questo mese non ci sono momenti di festa, oppure, facendo derivare la parola "mar" dall'aramaico "goccia", con il significato di "Cheshvàn il Piovoso", date le abbondanti piogge che cadono in questo mese;

per i musulmani Sha'ban, ottavo mese, dura 29 giorni e va da Settembre a Ottobre, mentre Ramadan è il nono mese del calendario, conta 30 giorni e va da Ottobre a Novembre.
Per la durata del mese di Ramadan il popolo si astiene dagli eccessi, non commette atti di guerra e pratica il digiuno durante le ore diurne;

per i persiani Mehr, settimo mese del calendario, aveva 30 giorni e andava da Settembre a Ottobre, mentre Aban, ottavo mese, aveva 30 giorni e andava da Ottobre a Novembre;

per i celti Cantlos (tempo delle canzoni), dodicesimo e ultimo mese del calendario celtico, andava da Settembre a Ottobre e contava 29 giorni; con Samonios (tempo della semina) aveva inizio il nuovo anno, contava 30 giorni e andava da Ottobre a Novembre;

anche i pellerossa d'America adattarono il computo dei mesi al sistema importato dai pionieri, ma i loro mesi erano legati alla vita della luna e, naturalmente, ogni popolo aveva nomi propri per i mesi dell'anno:
secondo la testimonianza di Alce Nero, del popolo Lakota, era: Luna del cambio di stagione;
per gli indiani Chippewa e Ojibwa era: Luna della Caduta delle Foglie.

Durante la Rivoluzione Francese il mese che andava dal 22 Settembre al 21 Ottobre fu chiamato Vendémiaire (Vendemmiaio) ed era considerato il primo mese dell'anno, quindi il giorno 22 Settembre si festeggiava il Capodanno Rivoluzionario, mentre il periodo che andava da 22 Ottobre al 20 Novembre prese il nome di Brumaire (Brumaio).

Nel Medioevo il mese di Ottobre era rappresentato come un cacciatore o un seminatore.

In campagna, ora, il colore è quello caldo e malinconico delle foglie gialle e rosse, tipiche dell'autunno, ormai ben pochi sono i frutti che la terra ci regala prima del suo meritato riposo sotto le coltri dell'inverno: si raccolgono mele e pere invernali, le castagne sono finalmente mature facendo esplodere i ricci, i suoni sono quelli del vento che soffia tra gli alberi che si preparano al lungo letargo e delle greggi che si preparano alla transumanza verso la valle.

In città gli odori dominanti sono quelli delle caldaie centralizzate che si svegliano dal letargo estivo, del traffico, tornato in tutto il suo splendore, si spolverano i caloriferi e le stufe, si fa scorta di gasolio per l'inverno e si rimpiange il caldo, maledetto per tutta l'estate.

Fino al 1977 il primo giorno di ottobre costituiva una delle poche vere certezze della vita: era il primo giorno di scuola in tutta Italia.

Dato che l'1 Ottobre era San Remigio, i bambini che iniziavano la scula quell'anno (che frequentavano cioè la prima elementare) erano detti "remigini".

Dal 1979 la data di inizio delle scuole venne spostata e, comunque, cambia da regione a regione.

Proverbi:

Ottobre: vino e cantina da sera alla mattina.

Per Santa Reparata ogni oliva è inoliata.

Chi semina in Ottobre, miete in Giugno.

O molle o asciutto per San Luca semina tutto.

Ottobre il vino è nelle doghe.

Se piove per San Gallo piove per cento giorni.

Per San Simone la nespola si ripone.



Poesia d'ottobre:

Sera d’ottobre.

Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:fiore di spina!

Fiore di spina!